LAMBERTO LAMBERTINI

Foto dello Studio di Lamberto Lambertini

Ri-usciamo

Per consolarci degli effetti negativi del lockdown progettiamo il futuro personale e collettivo, credendo che il contagio sia una punizione per le malefatte di un’umanità che forse non si poteva più definire tale.
E siccome in lontananza ci sembra di vedere la colomba che annuncia la fine del diluvio universale, pensiamo che questo periodo di penitenza ci abbia insegnato molto: vogliamo recuperare la socialità che peraltro avevamo abbandonato per il solipsismo della rete e delle fiction televisive. Crediamo di aver vissuto tutti allo stesso modo la quarantena, come se vivere in un quartiere dimenticato, in cinque persone in sessanta metri equivalesse a ad abitare in una grande casa, con un grande terrazzo e magari un grande giardino. Crediamo di essere diventati tutti più poveri in maniera quasi eguale, dimenticando che molti hanno perso il lavoro o hanno perso un pezzo importante della propria retribuzione. Abbiamo contribuito a crowfounding importanti per le nostre strutture sanitarie, dimenticando che si è aggravata la fame nel mondo e che ogni minuto muoiono tre bambini per denutrizione.
Abbiamo lamentato di non poter assistere i nostri cari e di non poterli seppellire come meritavano e ci dimentichiamo che le guerre cosiddette locali continuano.
Perché dunque dovremmo credere che il mondo cambierà: avidità, egoismo, disprezzo per i diversi, aggressività individuale e collettiva sono pulsioni che non riusciamo a sopprimere, da Caino in poi.
Forse dobbiamo limitare i nostri sogni di un’umanità redenta e limitarci a qualche modesta proposta, nel segno di Johnatan Swift. Cambiare qualcosa perché tutto (o perlomeno molto) cambi, con buona pace del principe di Salina.Cominciamo a pensare che il rispetto sia l’unità di misura etica per tutti: rispetto per sé stessi, per gli altri per l’ambiente.
Cominciamo a pensare che l’economia recuperi la propria supremazia sulla finanza e che dunque ogni impresa, multinazionali incluse, siano sottoposte alle regole, anche tributarie, uguali per tutti.
Cominciamo a pensare che in questi mesi ci siamo mossi di meno e questo ha reso più pulita la nostra aria e meno tesi i nostri nervi.
Etica, osservanza delle regole, rispetto per l’ambiente sono alla portata di ciascuno di noi e possono essere praticati da subito, senza sperare in mutamenti caratteriali miracolosi, ma confidando nella emulazione delle buone abitudini.
Il modesto (?) obbiettivo principale è di ridurre le diseguaglianze, a partire dai comportamenti dei singoli; ridurre le micidiali conseguenze di un mercato sfrenatamente libero, a partire dal comportamento di ogni imprenditore, la cui fantasia innovativa gli consente di competere con i colossi; chiedere al risparmio familiare di sostenere lo sforzo comune investendone una parte a favore della comunità, con la sottoscrizione di titoli garantiti e non di mirabolanti prodotti finanziari insicuri; ricostruiamo la scuola per formare giovani adeguati a tempi difficili; portiamo la cultura a casa di tutti e l’amore per il bello nella testa di ognuno.
E così via sognando di cambiare giorno per giorno le abitudini di ciascuno. Perché l’essere umano non cambia mai, salvo assumere abitudini diverse per adattarsi al cambiamento. Ce lo insegna Darwin.

Aprile 2020

Come eravamo
(e come speriamo di essere ancora)

L’amore per i libri e per la bicicletta non è indispensabile per fare l’avvocato, però aiuta.
I libri, e in particolare quelli di letteratura, di storia e di filosofia, offrono un’enorme quantità di idee e di esperienze, che contribuiscono ad affrontare con intelligenza le situazioni conflittuali umane, economiche e sociali che la professione presenta.
La biciclette ci sottrae alle pressioni della vita quotidiana, dei clienti e delle scadenze e ci sorprende spesso a pensare ad una soluzione per risolvere qualche questione complessa.
Pedalare dunque è pensare in piena libertà, così come leggere è vivere centinaia o migliaia di vite diverse.
Pedalare e leggere richiedono una preparazione diligente, la stessa che serve all’avvocato per raggiungere l’eccellenza, meritare la fiducia del cliente che a lui si è affidato, ottenere il rispetto dei giudici e degli avversari.
Dunque l’applicazione costante della diligenza consente all’avvocato di dare il meglio di sé stesso, preservando la propria autonomia ed indipendenza, sottraendosi alle suggestioni dell’opportunismo e del conformismo.
Cercando di dare il meglio di sé stesso, l’avvocato impegna esperienza, senso critico ed autocritico, conoscenza delle tecniche giuridiche, psicologiche, relazionali, linguistiche.
Dando il meglio di sé, l’avvocato dimostra che il suo può essere il mestiere più bello del mondo, così come quello dell’artigiano che, applicando conoscenze e diligenza, produce una forma d’arte.

“Ci afferri l’anima una santa ambizione
di non contentarci delle cose mediocri,
ma di ambire alle più alte e sforzarci
con ogni vigore di raggiungerle dal momento
che, volendo, è possibile”

Pico della Mirandola